La Milano Beer Week, una birra leggendaria e… lo zampino di Teo Musso

La Milano Beer Week, una birra leggendaria e… lo zampino di Teo Musso

Una birra leggendaria per l’ouverture della “Milano Beer Week“. Stiamo parlando della “Thomas Hardy’s Ale” un barley wine (letteralmente, vino d’orzo) divenuto nel tempo una vera icona nel campo delle birre “forti”, vale a dire complesse come (e forse più) di molti vini. Una birra nata negli anni Sessanta come omaggio all’omonimo poeta inglese (1840-1928), autore di una fra le più celebri citazioni birrarie della storia, e che ha avuto una storia avvincente, fino ad entrare nel mito, consacrato dalla sua scomparsa dalla circolazione alcuni anni fa. Per l’inaugurazione della “Milano Beer Week”, festival “diffuso” in corso questa settimana in venti locali del capoluogo lombardo per promuovere la Cultura birraria (o Brassicultura, passateci il neologismo), al Baladin Milano di via Solferino è andata in scena poche ore fa la rinascita della “Thomas Hardy’s Ale”, marchio nel frattempo acquisito dal noto distributore italiano Interbrau, che ne ha riavviato la produzione presso il birrificio londinese Meantime.

Sandro Vecchiato di Interbrau birra mostra la Thomas Hardy's Ale
Sandro Vecchiato di Interbrau

Del più bel colore che un artista avrebbe potuto desiderare, luminosa come un tramonto autunnale…”. Insomma, l’ottocentesca strong beer di Dorchester, da Hardy narrata nel romanzo The Trumpet Major, è tornata.

Millesimata, numerata in etichetta per ciascun singolo esemplare, sarà prodotta in tre versioni: la versione “normale“, una versione “historical” maturata in botte, più – e qui viene il bello – una versione “reinterpretata“, frutto di collaborazioni a quattro mani con grandi birrai. Due, in particolare, almeno per il momento ne sono stati annunciati: Oliver Garrett di Brooklyn Brewery e Teo Musso di Baladin, “Al quale daremo la ricetta segreta e poi potrà farne ciò che vorrà“, ha promesso Sandro Vecchiato, amministratore delegato di Interbrau.

“Una fra le poche birre ‘iconiche’ del settore – ha spiegato il giornalista Maurizio Maestrelli, insieme a Valentina Brambilla creatore della ‘Milano Beer Week’ – Talmente fuori dai canoni che può essere conservata fino a 25 anni, per intenderci. Con una storia affascinante che oggi diventa anche un’interessante case history a livello imprenditoriale”. Nata nel ’67 e apparsa sul mercato inglese un anno dopo a firma del birrificio Eldridge Pope, dal ’68 al ’74 è scomparsa dalle scene per poi tornare e rimanere sulla cresta fino al 1999. Chiuso il Pope, è tornata grazie al birrificio O’ Hanlons nel 2003 per poi tornare nell’oblio solo sei anni più tardi. Ora sarà prodotta due volte l’anno da un birraio che la sa lunga, Derek Prentice, che, malgrado si sia meritato la pensione dopo aver retto le sorti del birrificio Fuller’s, ha accettato di tornare in prima linea per far risorgere l’araba fenice.

“Nella storia della birra i cicli si ripetono – ha confidato Vecchiato – Ho provato la prima volta la Thomas Hardy’s a Copenhagen nel 2011, ad una fiera dedicata ai birrifici artigianali ospitata all’interno dei magazzini della Carlsberg svuotati per l’occasione (una cosa letteralmente impensabile da noi, ndr). L’ho trovata eccezionale. E, da importatore, ho provato a capirci di più… scoprendo che chi la produceva nel frattempo aveva chiuso. Per forza, poteva permettersi una tecnologia impensabile per i costi che una birra di quel tipo necessita. Ora non solo è realtà, ma ha saputo conquistare già allori all’International Beer Challenge di Londra e al World Beer Awards”.

“I barley wine nascono nell’Ottocento dall’eterno conflitto fra Inghilterra e Francia, dalla volontà di produrre birre ‘forti’ da contraporre ai grandi vini francesi”, ha spiegato Roger Protz, decano dei beerteller inglesi, presente alla serata. “Una birra, la Thomas Hardy’s, che già al naso rivela una grande complessità e al tempo stesso una freschezza da pale ale. In bocca, speziata e ‘warmy’, ma al tempo stesso sorprendentemente ‘facile’ nonostante i suoi 12 gradi alcolici”, è stata l’impressione a caldo del beersommelier Michele D’Angelo.

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2 Comments

  • Provata sembra un orrido ricostituente alcolico . Della vecchia è meravigliosa birra resta solo il nome, tentativo commerciale mal riuscito come qualità.

    • Certo che, Paolo Erne, seguendo recentemente alcune guerre di religione nel mondo della birra, vien spontanea una riflessione… Le volpi non devono entrare nel pollaio (cit.). Ma il pollaio farebbe benissimo anche a meno di tanti ipocriti mossi, non come te da un puro intento ideologico, ma da biechi interessi di bottega. Alcune sono grandi e potenti, altre piccole e subdole… ma sempre di volpi stiamo parlando.

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